Il cane del signor C credevano fosse un cane come ogni altro. Appena alzavano il cucchiaio della minestra si appellava alla loro attenzione, si equilibrava tenendo le zampe anteriori sopra le loro cosce rilassate sulla sedia. Mostrava quelli spicchi bianchi ai bordi dell’iride come per impietosire, e allora andavano a portargli del cibo nella ciotola di là, nella lavanderia dove abitava il suo spazio. Ma l’interesse del cane non era rivolto al cibo, non era esso un goloso o peggio ancora un ingordo. Dispiaceva, al cane del signor C, che del cibo potesse coinvolgere in quel modo l’interesse umano. Si sentiva solo e traboccante di gelosia. Certi cani mangiano come pozzi senza fondo, ma meccanicamente, altri strettamente per fame, e neanche con urgenza. Il cane del signor C poteva tutt’ al più somigliare a uno di questi. Esso no, invece odiava vedersi sottrarre l’amore, e la cura del gesto delle mani. Piangeva non per capriccio, ma per incomprensione.
Archivio per il 'X'Categoria
X26
Marzo 21, 2008X25
Febbraio 10, 2008Il signor C studia con pigrizia e ha superato il tempo delle scuole con l’inganno. Egli si mostra interessato, fa domande, piega la testa come per dire sì. Talvolta gli riesce pure un sorriso sicuro, accondiscendente. Così la gente lo crede un uomo colto, un signore su cui fare affidamento.
Ma il signor C non ha mai imparato nulla, e non lo ha fatto per accidia. È la natura del suo animo che lo ha portato a non assimilare nulla, a dissimulare tutto. Non si potrà mai arrivare a una comprensione dello stato delle cose, pensa il signor C, se prima non si ha ignorato tutto.
X24
Gennaio 14, 2008La casa ha ripreso calore. Io sono finalmente guarito dall’accidente mattutino. Anche oggi non ho assistito all’esplosione del mio cuore, del bubbone che un angelo ha, lì, depositato. Eppure il ticchettio era chiaro. – Ma l’orologio era digitale… – Sì, ma non posso sopportare il conto alla rovescia. Meno 50, meno 20, meno 5, finché il mio latte è pronto, caldo. C’è il ticchettio perché il forno a microonde è una bomba a orologeria, non c’è bisogno di sturarsi le orecchie. Nutro una forte sfiducia in quel fornetto giallo, preferirei il vecchio pentolino dal manico coi contorni rossi. Non mi si fa più la panna sul bordo del latte.
Oggi non c’erano più le finestre, non vedevo le imposte, han levato le tende, han lavato le ammende. Non c’è più punizione per cui dobbiamo essere, qui, reclusi. Possiamo lasciare la città. Poi.
La casa ha ripreso colore, nulla è più del bianco. L’inverno si ripete ancora, come ad ogni vespro.
X23
Gennaio 13, 2008Si potrebbe scrivere in orizzontale ciò che si vuole verticale. Spezzare il fraseggio non ha senso se non si ha il tempo, il ritmo, le regole del verso. Se sono troppo pigro per impararle tanto vale rinunciare. Verrà un tempo che io non sarò così pigro e allora smetterò anche di parlare da solo e comincerò a studiare veramente.
Perdo molto tempo.
Non ho ancora letto quel libricino rosso.
Se anche lo avessi letto non lo avrei studiato.
E se anche lo avessi studiato non lo avrei memorizzato.
Sento come un bisogno di scrivere “fine a se stesso”. Non ho nulla da dire. Non ho nulla da dire oggi, ma non ho nulla da dire, anche, in genere. Conosco poche cose e le conosco male. Poi non memorizzo praticamente niente. Non conosco la storia e non mi orizzonto nelle strade delle città. Non ricordo i nomi delle vie. Non ricordo i nomi delle piazze. Mi viene a noia tutto, sono un accidioso della madonna. Senza un minimo di topografia (ma non so neanche il significato certo di questa parola) non si può essere buoni scrittori. È una cosa che credo da molto tempo. Da quando scrivo con word ho preso la brutta maniera di controllare il significato di parole che mi suonano bene per vedere se hanno anche un significato che si allinei alla logica del discorso. Peggio ancora quando vado a controllare sul dizionario De Mauro in linea. Non ho la lena di alzare le chiappe e andare a prendere il mio vecchio vocabolario rosso. Pressappoco del rosso di quel libricino. E una cosa che odio è che questa cosa che ho cominciato a scrivere, proprio ora mi è venuta l’idea di pubblicarla in questo sito. Sarà perché voglio sentirmi dire qualche cosa, che poi magari mi deluderà, ma è un minimo di confronto.
Un’altra cosa che mi è venuta in mente riguarda l’ermetismo. Non ricordo bene cosa si intenda sul piano critico-storico-letterario con la parola “ermetismo”. Ma quando leggo certa poesia mi è subito chiaro che si tratta di questo. Per esempio, se leggo Montale, o Ungaretti, o anche Celan, mi è subito chiaro il concetto. Ma ci sono certe cose come questa di Lina Salvi: Nel quadrilatero delle carceri le case / non hanno geometrie verticali / non hanno torri dipinte d’acciaio / tetti rigonfi di un seme / dune assolate // nel quadrilatero delle carceri / Giovanni giocava / alla Prima guerra mondiale // nelle strade si assommavano / bambini a sassate. O altre cose ancora che non ho qui sotto mano, ma che quando le leggo mi viene in mente che sono ermetiche, sì, ma in un modo antipodico al primo di cui ho parlato. Se quell’ermetismo è un ermetismo nel senso di un mondo estraneo, conchiuso ed escluso da quello di ogni lettore, quest’ermetismo anche. Ma la differenza di cui voglio parlare riguarda la logica. Ho come l’impressione che il primo ermetismo conservi comunque una logica, una sua legge, delle regole. È una logica estranea, che non si guarda in faccia, ma è comunque una coerenza che rassicura. Il secondo ermetismo invece mi sbatte nell’angoscia, nella perdizione. Non riconosco, lì, nessuna logica, le immagini sono sguinzagliate, non sono rassicurato.
E si sa, se non c’è rassicurazione non c’è benessere.
X22
Gennaio 12, 2008Esiste tutta una gamma di qualità di stringhe. Quelle delle mie scarpe nuove, per esempio, sono di una qualità eccelsa, tanto che mi si impigliano tra di loro se cerco di slegarle. Insomma, niente è più fastidioso delle stringhe lisce e lucide, che scivolano su se stesse, che si slegano. Meglio le stringhe riottose, sì, ma tutto questo perder tempo? Che senso ha raccontare tante minchiate?
…
Se l’antologia è veramente un florilegio io ho commesso un sacrilegio. Devo cambiare lavoro.
…
Se il senso di un qualcosa
è qualcosa di frastagliato
– fiordi, dune, le frange di un cappello,
di un capello le doppie punte –,
per metterlo a sedere,
per portarci il silenzio,
bisogna pettinarlo, dare
una sforbiciata, moncare
le lingue bifide,
le doppie punte insomma.
Ma se il senso non fosse,
non bisognerebbe farci niente,
e vedi, cambia pure il verbo:
si allontana dalla verità.
Il congiuntivo e l’altro suo compare:
non danno più consigli, solo
condizioni, di quel che non sarà.
X20
Novembre 20, 2007Arrabattò il sigaro nel posacenere. Scivolò lungo la scala come un tappeto ondoso. Sarà un bruco coloratissimo, iridescente glie lo assicurano. Non gli sfuggì niente. Sua sorella penserà che è un dritto?
X19
Novembre 7, 2007Ci sono padri che non conoscono resipiscenza.
X17
Ottobre 29, 2007Mi è planato un manoscritto sulle ciglia. La palpebra mi è servita da leggio. Il manoscritto era di carta igienica e serviva a tamponare, o direi meglio a “mungere i pozzi dello spirito”. Dello spirito che è pur sempre un soffio, e siccome il genitivo è soggettivo, sono pozzi che soffiano. Allora mungiamo il loro vento, e spargiamo rugiada. Cachiamo rugiada, sì, così questa poesia non è più tale; ci ri-pensiamo, dal momento che è ormai già fatta.
X16
Ottobre 15, 2007Camminavo con quel mio amico, in via delle case vecchie. Discutevamo dei vari tipi di paesaggio. Del caso in cui il paesaggio è il panorama, e dunque è implicitamente visto. Se io sono l’osservatore non mi osservo, osservo solo il paesaggio. Ma se io comincio ad osservarmi nel paesaggio è perché mi trovo in uno di quei casi particolari (vedi #X14). E se essere un osservatore che non si osserva ma osserva il paesaggio esprime un rapporto bipolare, allora essere un osservatore che, oltre a osservare il panorama, osserva anche se stesso dentro il panorama (in un certo senso fa parte del paesaggio intiero), esprime un rapporto tripolare. E ciò mi faceva tribolare, perché realizzavo che si trattava di un chiaro caso di pluralità già da dentro l’osservatore. Anzi, l’osservatore era solo un membro di una pluralità senza vassallo, valvassino o valvassore, o addirittura Re. E l’unico modo per non essere osservatore, ma semplice osservato, paesaggio nel paesaggio, era l’essere morti.
X15
Ottobre 12, 2007![]()
Essere afoni come il mio sassofono, ma
il Suo sassofono suona che è un piacere
e nonostante questo
io non ci credo che Lei è più bravo.
È complice la tattica, fa sembrare oro
tutto quel che luccica
compreso il Suo sassofono, che come il mio
sì, luccica, e dell’oro ha davvero le sembianze.
Ma son tutte parvenze, come l’acqua nelle paranze
che le fa sembrar tagliate, sezionate.
È come chi dice che per suonarlo meglio
ci voglion belle panze, o per scatenare grandi danze.
Comunque
essere afoni come il mio sassofono dicevo, ma
il mio: sarà il Mio sassofono a suonare che è un piacere
glielo assicuro, dottore
che è solo una questione d’ore.
[Gianni Pioggia-Puledro, Il treno freddo]