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Common people

Gennaio 6, 2008

Da Sgargabonzi :

Jarvis Cocker

COMMON PEOPLE

She came from Greece she had a thirst for knowledge, she studied sculpture at Saint Martin’s College, that’s where I caught her eye. She told me that her Dad was loaded, I said in that case I’ll have a rum and
coke-cola. She said fine and in thirty seconds time she said, I want to live like common people, I want to do whatever common people do, I want to sleep with common people, I want to sleep with common people
like you. Well what else could I do – I said I’ll see what I can do. I took her to a supermarket, I don’t know why but I had to start it somewhere, so it started there. I said pretend you’ve got no money, she just laughed and said oh you’re so funny. I said yeah? Well I can’t see anyone else smiling in here. Are you sure you want to live like common people, you want to see whatever common people see, you want to sleep with
common people, you want to sleep with common people like me. But she didn’t understand, she just smiled and held my hand. Rent a flat above a shop, cut your hair and get a job. Smoke some fags and play
some pool, pretend you never went to school. But still you’ll never get it right ‘cos when you’re laid in bed at night watching roaches climb the wall if you call your Dad he could stop it all. You’ll never live like
common people, you’ll never do what common people do, you’ll never fail like common people, you’ll never watch your life slide out of view, and dance and drink and screw because there’s nothing else to do. Sing
along with the common people, sing along and it might just get you thru’, laugh along with the common people, laugh along even though they’re laughing at you and the stupid things that you do. Because you
think that poor is cool. I want to live with common people, I want to live with common people etc…

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GENTE COMUNE

Lei veniva dalla Grecia aveva sete di conoscenza, lei studiava scultura al College Saint Martin, ecco dove io ho incrociato i suoi occhi. Lei mi disse che suo padre era molto ricco, ed io le dissi che in quel caso avrei preso un rum e coca-cola. Mi rispose ‘bene’ e dopo trenta secondi disse, io voglio vivere come la gente comune, voglio fare tutto ciò che le persone normali fanno, voglio dormire con la gente normale, voglio dormire con la gente comune come te. Bene, cos’altro avrei potuto fare – le dissi vediamo cosa si puo’ fare. La portai al supermercato, non so perchè ma bisognava cominciare da qualche parte, così cominciò tutto in quel posto. Le dissi fingi di non avere denaro, lei sorrise e disse tu sei molto divertente. Ah sì? bene, io non vedo nessun altro ridere in questo posto. Sei sicura di voler vivere come la gente comune, vuoi vedere le cose che la gente comune vede, vuoi dormire con le persone normali, vuoi dormire con le persone normali come me. Ma lei non comprese, sorrise e mi prese la mano. Affitta un appartamento su un negozio, tagliati i capelli e trovati un lavoro. Fuma delle sigarette e gioca a biliardo, fingi di non essere mai andata a scuola. Ma ancora non ci sarai riuscita perchè quando sei distesa a letto la notte a guardare gli scarafaggi che si arrampicano sul muro se chiami tuo padre lui puo’ risolvere tutto. Tu non vivrai mai come le persone normali, tu non farai mai ciò che le persone normali fanno, tu non fallirai mai come la gente normale, non vedrai mai la tua vita da un diverso punto di vista, e non ballerai mai e non berrai mai e non farai mai l’amore perchè non c’è nulla altro da fare. Canta con la gente comune, canta e forse potresti avvicinarti un po’, ridi con la gente comune, ridi anche se loro stanno ridendo di te e delle cose stupide che fai. perchè tu pensi che essere poveri sia figo. Voglio vivere con la gente comune…

[qui]

Archibald MacLeish

Gennaio 4, 2008

*La Poesia deve essere equivalente al vero
non vera*.

Franco Loi

Gennaio 1, 2008

Me bùffen de la lengua del papà
o de la mama o d’un quaj fradèll.
La lengua l’è de Diu, rassa de troj!
Parlì cume magnì, e andì a cagà.

GUIDO GOZZANO

Novembre 13, 2007

La differenza

Penso e ripenso: – Che mai pensa l’oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:
né certo sogna d’essere mortale
né certo sogna il prossimo Natale
né l’armi corruscanti della cuoca.

- O pàpera, mia candida sorella,
tu insegni che la Morte non esiste:
solo si muore da che s’è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l’esser cucinato non è triste,
triste è il pensare d’esser cucinato.

X18

Novembre 4, 2007

Ho eletto un Ermes personale
su un fiore di carta
accanto a una birra. Fuori
ho una pinna
per il mare settembrino
(ma ancora è presto) ancora
è autunno
vespertino
lo aspettiamo dal mattino
fin da quando io l’ho eletto
messaggero prediletto
corre, arranca, muore schietto
non di certo, non negletto
caro messo ad affrettare
questa lirica insoave
scelto lui fu per portare
ma portare mai non può
tantomeno porta fiori
non li porta no nel primo
(pausa)
il primo dì
dei dì di maggio.

(Le sue impronte sono i pascoli remoti della mia pelle attuale)

[Luciano Balbetta, Córrime, Milano, 1983]

X13

Ottobre 4, 2007

Aditus dice:

 

Quel mio amico si diverte a tradurre Teognide, quei versi antichi che però sembrano dell’anteguerra, là sui prati d’erba viva in terra, anche se segnati con un anello minuto. Versa: “O ragazzo, il più desiderato, il più bello fra tutti, / stammi qui, ascolta, anche poche parole.” oppure “Non so capirla la testa dei miei compaesani: / che faccia bene o male, non gli piaccio. / Mi fanno tante critiche, i maligni e anche gli onesti; / ma imitarmi non possono, di questo non s’intendono.” Ma poi si incupisce, parla l’oscuro, fa come quel sileno, anche quello che farfuglia, tartaglia, “Era per i mortali il meglio non essere nati / e non vedere i raggi vividi del sole: / e se si è nati, presto passare le porte dell’Ade, / giacere sotto una gran coltre di terra.”

X12

Settembre 26, 2007

Valentine Dice:
24 Settembre 2007 a 2:50 pm and

Alveari, termitai, cascate di camere, di buchi, grani di sabbia in rovina; è troppo grande e troppo all’improvviso inizia (sopra il pelo dell’acqua profonda, sopra la cima del filo di paglia) il cielo.

X11

Settembre 26, 2007

 www.pascolare.splinder.com dice:

 

Oggi A. mi diceva di guardare il cielo. Poi il cielo era brutto e allora ha smesso di dirmelo. Ma a un certo momento è caduta una macchia. Dall’alto una macchia del cielo. Le rondini erano una coltre magra, rarefatta. Un rombo sfatto di specchietti neri intrecciati come un tessuto scozzese. Sembrava proprio che gli specchietti sbattessero sulle imposte o che addirittura facessero il giro su se stessi. Tanti specchietti losanga dentro un rombo sfatto. E si sgonfiava, e poi faceva un giro su se stesso. Poi altri, e altri ancora. Insomma, una macchia. Dall’alto una macchia del cielo. Non era una macchia che dalla terra lo sporcasse, il cielo rimbalzava la macchia come un peso sul tappeto elastico. Poi il cielo era brutto di nuovo, senza neanche le rondini. A un certo momento, senza che potessi calcolare quanto tempo passava, A. mi accompagnava alla porta.

X10

Settembre 20, 2007

E pensar che quella farfallina

che com’è noto, campa un giorno solo

(e poi si dice l’è sparita),

il mio Padre la portò a morire

(questa sì fu la sua vita)

su lo zainetto di scuola.

 

Maledetti i libri che cagionaron diletto

e ch’anche cagionaron lo mio zainetto.

 

Da lor conobbi de la farfallina

e della farfallina il destino

protocollato, pur senza china

propriamente in quel mattino.

[Luigi Pennacchi, Odj al Padre, Messina, 1943]

X8

Settembre 16, 2007

Figlio che vuol staccare le radici
sue, pur le getti nel croco bastardo
del culo fiammeggiante
del mondo in cui è bardo.

Figlio che dice che fiamme
le fiamme possono estrarmi dall’ombelico
ciò ch’è tondo e tornato,
passato e generazione.

Quel figlio dica sarò frutto

senza pianta e senza linfa
e farò finta
ma libero di marcire su ‘n altro prato
non quello che vide il mio ramo.

Avrà voglia d’ubriacare,
d’ubriacarsi, quel figlio,
e le sue brache calare e
sulla terra gettarsi.

[Luigi Pennacchi, Odj al Padre, Messina, 1943]