Archivio per il 'K'Categoria

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Novembre 30, 2007

Io e quel mio amico fummo finalmente dall’oltreuomo. Ma l’oltreuomo era molto malato. E, nel nostro caso singolare, era una donna. Un’anziana donna. Una nonna. Stava al tavolo in cucina, lo teneva stretto nelle mani, guardava avanti. Sul muro niente, davanti. A lato la televisione parlava da sola. La gente intorno, pure.

Diceva K che all’uomo non è negato l’eterno. Che non è vero che, dal momento che cominciamo nel tempo dei nostri genitori, il nostro pensiero rimane legato al tempo di tutti i contemporanei e non può imprigionare l’eterno. Non è vero. Infatti possiamo, diceva, pensare l’istante, e l’istante fa esistere l’eterno come un escrescenza dal tempo. Siccome prima non esisteva, ora esistendo si fa subito, e anche, essere. (?) nell’istante ci guardiamo, finalmente. Nulla è più lo stesso. 
E poi, aggiungo io, l’istante lo tralasciamo, perché dobbiamo pur correre nel nostro tempo. Ma se ci pensiamo… Ma sopratutto, se ci fossero solo gli istanti… Se un dio qualsiasi si dimenticasse di cucire col filo dell’illusione tutti i piccolissimi istanti, se gli istanti rimanessero delle grosse pezze colorate, i quadratoni lanosi di una coperta mai composta…

Io e il mio amico incontrammo l’oltreuomo, che era una vecchia donna. La nonna era molto malata, infatti viveva gli istanti e li viveva scuciti. Istanti che non saranno potuti essere mai passato e che neppure furono mai futuro. Non erano neanche presenti. Non si relazionavano, erano assoluti.
L’anziana donna non costruiva memoria, non poteva proprio più.
Così ci consolammo, sembrava che la signora vivesse nell’assoluto, che fosse oltre l’uomo, che fosse più vicina a quel dio che, avendola dimenticata, la svincolava dall’essergli sottoposta. Era più vicina a dio. Ma era molto ammalata. Questa era una contraddizione bell’ e buona. Questo non lo capivamo.

Enten Eller

Ottobre 4, 2007

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K2

Settembre 12, 2007

Dopo la mia morte, non si troverà nelle mie carte (e questa è la mia consolazione) una sola spiegazione di ciò che in verità ha riempito la mia vita. Non si troverà nei recessi della mia anima quel testo che spiega tutto e spesso, di ciò che il mondo tiene per bagatelle, fa degli avvenimenti di enorme importanza per me e che anch’io considero futili appena tolgo quella nota segreta che ne è la chiave["Diario", tr. it. a cura di C. Fabro, Morcelliana, Brescia 1980 – 19833, t. 3, pp. 76 – 77, n. 879 (IV A 85)].

“Il primo giorno di Pasqua, alla funzione del pomeriggio nella Chiesa di Nostra Signora (alla predica di Mynster), «lei» mi fece un cenno con la testa, non so se per pregarmi o per perdonarmi, ma in ogni caso con molto slancio. Io ero seduto in disparte, ma essa mi scoprì: volesse il cielo che non l’avesse fatto! Ecco un anno e mezzo di sofferenze sprecate, tutti i miei sforzi enormi: essa non crede, malgrado tutto, che io sia un impostore, mi conserva ancora fiducia! Attraverso quali prove non le toccherà allora passare. Il prossimo stadio riserverà la figura di un ipocrita. Più andiamo avanti, e più la situazione sarà tremenda. Un uomo di un’interiorità, di una religiosità come la mia, che abbia potuto comportarsi in quel modo! E tuttavia ora io non posso più continuare a vivere solamente per lei, ad espormi al disprezzo degli uomini, a perdere il mio onore: non l’ho ora mai fatto? Spingere la follia fino a diventare un furfante, solo perché essa lo creda…: ma a che scopo? Essa penserebbe ancora che prima non lo ero. Oggi Lunedì fra le 9 e le 10 del mattino essa m’incontra. Io non ho fatto neppure un passo per questo. Esso conosce la strada che ho l’abitudine di prendere, io so quella che lei

(un foglio strappato)

[Ecco uno dei tanti passi cruciali del “diario” che non potremo mai capire fino in fondo; in alcuni punti il manoscritto, che si trova presso la Biblioteca Reale di Copenaghen, presenta dei fogli strappati. Sicuramente alcuni di questi fogli sono stati tolti dal “diario” dallo stesso Kierkegaard quando si rese conto che se qualcuno, dopo la sua morte, lo avesse pubblicato avrebbe potuto carpire fino in fondo i suoi segreti. Purtroppo però vi sono forti sospetti che anche il Barford, il curatore della prima edizione danese del “diario” (1869 – 1881), abbia fatto sparire qualche altro foglio, molto probabilmente per riguardo alle persone ancora in vita (come ad esempio Regina)].

io ho tuttavia disposto tutto perché non sospetti di essere anche lei in fin dei conti un po’ in colpa. Una giovane ragazza dovrebbe bene avere un po’ di riserbo e di umiltà; invece era lei a fare la spavalda ed io dovetti insegnarle l’umiltà umiliando me stesso! Fu allora ch’ella disprezzò la mia malinconia; credeva ch’io fossi tanto umile perché lei era una ragazza incomparabile. Così mi provocò alla lotta. Dio le perdoni; essa risvegliò il mio orgoglio, e questa è la mia colpa. Io la lasciai affondare: se l’era meritato – questa la mia schietta intenzione, non ciò che venne in seguito. Fu allora che la mia malinconia si svegliò; più essa con foga appassionata cercava di attaccarsi a me, più sentivo che la mia responsabilità non sarebbe mai stata così grave se non ci fosse stata prima quella lotta. Allora il legame fu spezzato” [Ibid., t. 3, pp. 79 – 80, n. 888 (IV A 97)].

Se avessi avuto la Fede, sarei rimasto con Regina: ora l’ho compreso. Siano rese lodi e grazie a Dio. In questi giorni stavo quasi per perdere il senno. Umanamente parlando io ho avuto ragione a suo riguardo. Forse non avrei dovuto fidanzarmi: ma, a partire da quel momento, io ho agito con lei in perfetta onestà. Dal punto di vista estetico e cavalleresco, io l’ho amata molto più di quanto essa abbia amato me; altrimenti non si sarebbe messa a fare la spavalda con me, né mi avrebbe angosciato coi suoi strilli. Così io ho cominciato a scrivere ora un racconto dal titolo «Reo – innocente?» [L’opera a cui Kierkegaard si riferisce è: «Colpevole? Non colpevole? Esperimento psicologico di Frater Taciturnus», contenuta in “Stadi sul cammino della vita”]: naturalmente conterrà delle cose capaci di far strabiliare il mondo, poiché in un anno e mezzo io ho vissuto in me stesso tanta poesia, quanta non ne contengono tutti i romanzi uniti insieme. Ma io non posso né voglio che la nostra storia svapori in poesia; essa ha ben altra realtà. Dopo tutto non è diventata una principessa da teatro e, se sarà possibile, potrà ancora diventare mia moglie. Mio Dio! Era ben questo il mio unico desiderio, e tuttavia ho dovuto rinunziarvi. E qui, umanamente parlando, io avevo completamente ragione; con lei mi sono comportato da perfetto gentiluomo, evitando di farle sospettare il mio dolore. A non voler guardare la cosa che dal lato esteriore, io sono stato grande; posso lodarmi d’aver fatto quello che ben pochi avrebbero fatto al mio posto; poiché, se non avessi pensato tanto al suo bene, avrei potuto prendermela quando essa stessa me ne supplicava (ciò che essa certamente non avrebbe dovuto fare; era una cattiva arma) e suo padre me ne pregava; le avrei fatto un piacere, nello stesso tempo che compivo il mio desiderio. E se più tardi essa si fosse stancata, avrei sempre potuto rinfacciarle che era stata lei stessa a volerlo. Non l’ho fatto. Dio mi è testimonio che era questo l’unico mio desiderio: Dio mi è testimonio di quanto io abbia sorvegliato me stesso perché nessun oblio cancellasse il suo ricordo; io credo di non aver parlato con nessuna ragazza da quel tempo. Benché mi aspettassi che ogni mascalzone d’innamorato vedesse in me un mezz’uomo, una canaglia, io ho servito il mio tempo, poiché in verità era certamente

(un foglio strappato)…questo sarebbe successo senza dubbio. Ma quando si tratta di un matrimonio, le cose non vanno come all’asta pubblica dove tutto si vende tale e quale a colpi di martello del commissario di vendita; qui un po’ di probità è di regola per il tempo che precede. Anche a questo riguardo la mia lealtà è lampante. Se non l’avessi onorata più di me stesso come la mia futura sposa, se non fossi stato più geloso del suo onore che del mio, avrei taciuto e dato compimento al mio desiderio, l’avrei sposata: – quanti matrimoni non nascondono piccole storie incresciose! Non volli; perché così sarebbe diventata la mia concubina, ma allora avrei preferito ammazzarla… Ma se fosse stato necessario darle una spiegazione, avrei dovuto iniziarla a cose spaventose, quali il mio rapporto a mio padre, la sua malinconia, la notte eterna che l’avvolgeva, i miei traviamenti, i miei desideri ed eccessi” [Ibid., t. 3, pp. 82 – 84, n. 895 (IV A 107); questa pagina porta la data del 17 maggio].

“(due fogli strappati)

… lei: se sapesse tutto quello che ho sofferto l’ultimo anno. Essa non avrebbe mai scoperto nulla. Ma ecco che improvvisamente tutto il mio modo di vedere si cambia. Alla benedizione nuziale io debbo impegnarmi con un giuramento: dunque, non posso nascondere nulla. Ma d’altra parte vi son certe cose ch’io non le potrò manifestare, non le potrò mai dire: l’intervento del divino nel matrimonio è la mia rovina. Se non la sposo, son pronto a cominciare anche domani. Mi ha pregato, mi basta questo. Essa può fare assoluto assegnamento su di me, ma è un’esistenza infelice” [Ibid., t. 3, p. 89, n. 915 (IV A 133)].

“Diario”  (30 novembre 1842 – marzo 1844)

*Le note in verde sono del curatore del sito http://www.geocities.com/athens/olympus/4533/skhome.htm

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Settembre 11, 2007

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Kierkegaard in un testo del Diario dice di aver avuto due maestri: “la nobile saggezza di un vegliardo e l’amabile imprudenza di una donna”. Il vecchio è il padre, la ragazza è Regina Olsen, la fidanzata che lasciò, dopo poco più di un anno di fidanzamento, nell’ottobre del 1841. Il rapporto di Kierkegaard con Regina non è stato molto studiato e indagato, forse anche per la sensibilità della cultura nordica che su questi argomenti non conosce altro che i grandi esempi del Romanticismo europeo. Io direi che è una specie di trasposizione del cuore umano e dell’affettività in un orizzonte spirituale di altissimo valore. Kierkegaard si affezionò immensamente a Regina, ma la lasciò perché diede la priorità per Dio. Lo scrive nel Diario con un senso quasi di delusione. A me sembra che anche per Regina, come per gli altri rapporti affettivi, Kierkegaard non badasse tanto alla realtà immediata della persona che aveva davanti, ma riportava la sua relazione nelle dimensioni profonde della sua coscienza religiosa, di modo che il rapporto con Regina, con il padre, e con Mynster li viveva trasfigurati , elevati in un clima che non era né quello di Regina, né quello del padre, né quello di Mynster. Era una specie di contraccolpo spirituale che subiva. Potremmo parlare di esperienza ‘antropoteologica’, antropologico-teologica: un fatto unico nella storia del pensiero occidentale. [Cornelio Fabro]