Il cane del signor C credevano fosse un cane come ogni altro. Appena alzavano il cucchiaio della minestra si appellava alla loro attenzione, si equilibrava tenendo le zampe anteriori sopra le loro cosce rilassate sulla sedia. Mostrava quelli spicchi bianchi ai bordi dell’iride come per impietosire, e allora andavano a portargli del cibo nella ciotola di là, nella lavanderia dove abitava il suo spazio. Ma l’interesse del cane non era rivolto al cibo, non era esso un goloso o peggio ancora un ingordo. Dispiaceva, al cane del signor C, che del cibo potesse coinvolgere in quel modo l’interesse umano. Si sentiva solo e traboccante di gelosia. Certi cani mangiano come pozzi senza fondo, ma meccanicamente, altri strettamente per fame, e neanche con urgenza. Il cane del signor C poteva tutt’ al più somigliare a uno di questi. Esso no, invece odiava vedersi sottrarre l’amore, e la cura del gesto delle mani. Piangeva non per capriccio, ma per incomprensione.
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Febbraio 10, 2008Il signor C studia con pigrizia e ha superato il tempo delle scuole con l’inganno. Egli si mostra interessato, fa domande, piega la testa come per dire sì. Talvolta gli riesce pure un sorriso sicuro, accondiscendente. Così la gente lo crede un uomo colto, un signore su cui fare affidamento.
Ma il signor C non ha mai imparato nulla, e non lo ha fatto per accidia. È la natura del suo animo che lo ha portato a non assimilare nulla, a dissimulare tutto. Non si potrà mai arrivare a una comprensione dello stato delle cose, pensa il signor C, se prima non si ha ignorato tutto.
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Gennaio 14, 2008La casa ha ripreso calore. Io sono finalmente guarito dall’accidente mattutino. Anche oggi non ho assistito all’esplosione del mio cuore, del bubbone che un angelo ha, lì, depositato. Eppure il ticchettio era chiaro. – Ma l’orologio era digitale… – Sì, ma non posso sopportare il conto alla rovescia. Meno 50, meno 20, meno 5, finché il mio latte è pronto, caldo. C’è il ticchettio perché il forno a microonde è una bomba a orologeria, non c’è bisogno di sturarsi le orecchie. Nutro una forte sfiducia in quel fornetto giallo, preferirei il vecchio pentolino dal manico coi contorni rossi. Non mi si fa più la panna sul bordo del latte.
Oggi non c’erano più le finestre, non vedevo le imposte, han levato le tende, han lavato le ammende. Non c’è più punizione per cui dobbiamo essere, qui, reclusi. Possiamo lasciare la città. Poi.
La casa ha ripreso colore, nulla è più del bianco. L’inverno si ripete ancora, come ad ogni vespro.
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Gennaio 13, 2008Si potrebbe scrivere in orizzontale ciò che si vuole verticale. Spezzare il fraseggio non ha senso se non si ha il tempo, il ritmo, le regole del verso. Se sono troppo pigro per impararle tanto vale rinunciare. Verrà un tempo che io non sarò così pigro e allora smetterò anche di parlare da solo e comincerò a studiare veramente.
Perdo molto tempo.
Non ho ancora letto quel libricino rosso.
Se anche lo avessi letto non lo avrei studiato.
E se anche lo avessi studiato non lo avrei memorizzato.
Sento come un bisogno di scrivere “fine a se stesso”. Non ho nulla da dire. Non ho nulla da dire oggi, ma non ho nulla da dire, anche, in genere. Conosco poche cose e le conosco male. Poi non memorizzo praticamente niente. Non conosco la storia e non mi orizzonto nelle strade delle città. Non ricordo i nomi delle vie. Non ricordo i nomi delle piazze. Mi viene a noia tutto, sono un accidioso della madonna. Senza un minimo di topografia (ma non so neanche il significato certo di questa parola) non si può essere buoni scrittori. È una cosa che credo da molto tempo. Da quando scrivo con word ho preso la brutta maniera di controllare il significato di parole che mi suonano bene per vedere se hanno anche un significato che si allinei alla logica del discorso. Peggio ancora quando vado a controllare sul dizionario De Mauro in linea. Non ho la lena di alzare le chiappe e andare a prendere il mio vecchio vocabolario rosso. Pressappoco del rosso di quel libricino. E una cosa che odio è che questa cosa che ho cominciato a scrivere, proprio ora mi è venuta l’idea di pubblicarla in questo sito. Sarà perché voglio sentirmi dire qualche cosa, che poi magari mi deluderà, ma è un minimo di confronto.
Un’altra cosa che mi è venuta in mente riguarda l’ermetismo. Non ricordo bene cosa si intenda sul piano critico-storico-letterario con la parola “ermetismo”. Ma quando leggo certa poesia mi è subito chiaro che si tratta di questo. Per esempio, se leggo Montale, o Ungaretti, o anche Celan, mi è subito chiaro il concetto. Ma ci sono certe cose come questa di Lina Salvi: Nel quadrilatero delle carceri le case / non hanno geometrie verticali / non hanno torri dipinte d’acciaio / tetti rigonfi di un seme / dune assolate // nel quadrilatero delle carceri / Giovanni giocava / alla Prima guerra mondiale // nelle strade si assommavano / bambini a sassate. O altre cose ancora che non ho qui sotto mano, ma che quando le leggo mi viene in mente che sono ermetiche, sì, ma in un modo antipodico al primo di cui ho parlato. Se quell’ermetismo è un ermetismo nel senso di un mondo estraneo, conchiuso ed escluso da quello di ogni lettore, quest’ermetismo anche. Ma la differenza di cui voglio parlare riguarda la logica. Ho come l’impressione che il primo ermetismo conservi comunque una logica, una sua legge, delle regole. È una logica estranea, che non si guarda in faccia, ma è comunque una coerenza che rassicura. Il secondo ermetismo invece mi sbatte nell’angoscia, nella perdizione. Non riconosco, lì, nessuna logica, le immagini sono sguinzagliate, non sono rassicurato.
E si sa, se non c’è rassicurazione non c’è benessere.
X22
Gennaio 12, 2008Esiste tutta una gamma di qualità di stringhe. Quelle delle mie scarpe nuove, per esempio, sono di una qualità eccelsa, tanto che mi si impigliano tra di loro se cerco di slegarle. Insomma, niente è più fastidioso delle stringhe lisce e lucide, che scivolano su se stesse, che si slegano. Meglio le stringhe riottose, sì, ma tutto questo perder tempo? Che senso ha raccontare tante minchiate?
…
Se l’antologia è veramente un florilegio io ho commesso un sacrilegio. Devo cambiare lavoro.
…
Se il senso di un qualcosa
è qualcosa di frastagliato
– fiordi, dune, le frange di un cappello,
di un capello le doppie punte –,
per metterlo a sedere,
per portarci il silenzio,
bisogna pettinarlo, dare
una sforbiciata, moncare
le lingue bifide,
le doppie punte insomma.
Ma se il senso non fosse,
non bisognerebbe farci niente,
e vedi, cambia pure il verbo:
si allontana dalla verità.
Il congiuntivo e l’altro suo compare:
non danno più consigli, solo
condizioni, di quel che non sarà.
Common people
Gennaio 6, 2008Da Sgargabonzi :
Jarvis Cocker
COMMON PEOPLE
She came from Greece she had a thirst for knowledge, she studied sculpture at Saint Martin’s College, that’s where I caught her eye. She told me that her Dad was loaded, I said in that case I’ll have a rum and
coke-cola. She said fine and in thirty seconds time she said, I want to live like common people, I want to do whatever common people do, I want to sleep with common people, I want to sleep with common people
like you. Well what else could I do – I said I’ll see what I can do. I took her to a supermarket, I don’t know why but I had to start it somewhere, so it started there. I said pretend you’ve got no money, she just laughed and said oh you’re so funny. I said yeah? Well I can’t see anyone else smiling in here. Are you sure you want to live like common people, you want to see whatever common people see, you want to sleep with
common people, you want to sleep with common people like me. But she didn’t understand, she just smiled and held my hand. Rent a flat above a shop, cut your hair and get a job. Smoke some fags and play
some pool, pretend you never went to school. But still you’ll never get it right ‘cos when you’re laid in bed at night watching roaches climb the wall if you call your Dad he could stop it all. You’ll never live like
common people, you’ll never do what common people do, you’ll never fail like common people, you’ll never watch your life slide out of view, and dance and drink and screw because there’s nothing else to do. Sing
along with the common people, sing along and it might just get you thru’, laugh along with the common people, laugh along even though they’re laughing at you and the stupid things that you do. Because you
think that poor is cool. I want to live with common people, I want to live with common people etc…
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GENTE COMUNE
Lei veniva dalla Grecia aveva sete di conoscenza, lei studiava scultura al College Saint Martin, ecco dove io ho incrociato i suoi occhi. Lei mi disse che suo padre era molto ricco, ed io le dissi che in quel caso avrei preso un rum e coca-cola. Mi rispose ‘bene’ e dopo trenta secondi disse, io voglio vivere come la gente comune, voglio fare tutto ciò che le persone normali fanno, voglio dormire con la gente normale, voglio dormire con la gente comune come te. Bene, cos’altro avrei potuto fare – le dissi vediamo cosa si puo’ fare. La portai al supermercato, non so perchè ma bisognava cominciare da qualche parte, così cominciò tutto in quel posto. Le dissi fingi di non avere denaro, lei sorrise e disse tu sei molto divertente. Ah sì? bene, io non vedo nessun altro ridere in questo posto. Sei sicura di voler vivere come la gente comune, vuoi vedere le cose che la gente comune vede, vuoi dormire con le persone normali, vuoi dormire con le persone normali come me. Ma lei non comprese, sorrise e mi prese la mano. Affitta un appartamento su un negozio, tagliati i capelli e trovati un lavoro. Fuma delle sigarette e gioca a biliardo, fingi di non essere mai andata a scuola. Ma ancora non ci sarai riuscita perchè quando sei distesa a letto la notte a guardare gli scarafaggi che si arrampicano sul muro se chiami tuo padre lui puo’ risolvere tutto. Tu non vivrai mai come le persone normali, tu non farai mai ciò che le persone normali fanno, tu non fallirai mai come la gente normale, non vedrai mai la tua vita da un diverso punto di vista, e non ballerai mai e non berrai mai e non farai mai l’amore perchè non c’è nulla altro da fare. Canta con la gente comune, canta e forse potresti avvicinarti un po’, ridi con la gente comune, ridi anche se loro stanno ridendo di te e delle cose stupide che fai. perchè tu pensi che essere poveri sia figo. Voglio vivere con la gente comune…
[qui]
Franco Loi
Gennaio 1, 2008Me bùffen de la lengua del papà
o de la mama o d’un quaj fradèll.
La lengua l’è de Diu, rassa de troj!
Parlì cume magnì, e andì a cagà.
X21
Novembre 30, 2007Io e quel mio amico fummo finalmente dall’oltreuomo. Ma l’oltreuomo era molto malato. E, nel nostro caso singolare, era una donna. Un’anziana donna. Una nonna. Stava al tavolo in cucina, lo teneva stretto nelle mani, guardava avanti. Sul muro niente, davanti. A lato la televisione parlava da sola. La gente intorno, pure.
Diceva K che all’uomo non è negato l’eterno. Che non è vero che, dal momento che cominciamo nel tempo dei nostri genitori, il nostro pensiero rimane legato al tempo di tutti i contemporanei e non può imprigionare l’eterno. Non è vero. Infatti possiamo, diceva, pensare l’istante, e l’istante fa esistere l’eterno come un escrescenza dal tempo. Siccome prima non esisteva, ora esistendo si fa subito, e anche, essere. Lì (?) nell’istante ci guardiamo, finalmente. Nulla è più lo stesso.
E poi, aggiungo io, l’istante lo tralasciamo, perché dobbiamo pur correre nel nostro tempo. Ma se ci pensiamo… Ma sopratutto, se ci fossero solo gli istanti… Se un dio qualsiasi si dimenticasse di cucire col filo dell’illusione tutti i piccolissimi istanti, se gli istanti rimanessero delle grosse pezze colorate, i quadratoni lanosi di una coperta mai composta…
Io e il mio amico incontrammo l’oltreuomo, che era una vecchia donna. La nonna era molto malata, infatti viveva gli istanti e li viveva scuciti. Istanti che non saranno potuti essere mai passato e che neppure furono mai futuro. Non erano neanche presenti. Non si relazionavano, erano assoluti.
L’anziana donna non costruiva memoria, non poteva proprio più.
Così ci consolammo, sembrava che la signora vivesse nell’assoluto, che fosse oltre l’uomo, che fosse più vicina a quel dio che, avendola dimenticata, la svincolava dall’essergli sottoposta. Era più vicina a dio. Ma era molto ammalata. Questa era una contraddizione bell’ e buona. Questo non lo capivamo.
X20
Novembre 20, 2007Arrabattò il sigaro nel posacenere. Scivolò lungo la scala come un tappeto ondoso. Sarà un bruco coloratissimo, iridescente glie lo assicurano. Non gli sfuggì niente. Sua sorella penserà che è un dritto?